Tecniche di Nostradamus

sabato 23 gennaio 2016

Nostradamus e la Cabala

Alterando nell’epitaffio la durata della sua vita, Nostradamus intende creare incertezza intorno alla sua vera data di nascita. Del resto, ormai conosciamo bene il suo stile! Ad ogni apparente errore egli ci propone un enigma. Quanto più grosso è l’errore, tanto più grande ed importante è l’enigma. Quando avremo finito con l’epitaffio, vedremo la diavoleria che ha messo in piedi con quelle mostruose contraddizioni che sono le sue cronologie bibliche: un fritto misto di errori pacchiani, che nascondono un capolavoro di aritmetica, di crittografia, di scoperte scientifiche, di narrazioni personali! Di una genialità insuperabile! Qualsiasi persona in qualche misura amante dei numeri ne sarebbe affascinata, senza riuscire a capire come sia stato possibile armonizzare così tante risultanze numeriche apparentemente incoerenti tra loro, realizzando un’impresa inconcepibile perfino con l’ausilio di un moderno computer.

Per il momento, dovendo investigare la famigerata data dell’epitaffio, facciamo un salto indietro per rinfrescarci la memoria.
Sappiamo che la struttura delle Centurie è ispirata alla versione esoterica della Cabala ebraica: in estrema sintesi, molto estrema, i dieci Sephiroth dell’Albero della Vita trovano un parallelo nelle 10 Centurie; Tiphareth, nel suo doppio ruolo, corrisponde alla Legis Cantio; i 22 sentieri corrispondono alle 22 lettere alfabetiche utilizzate da Nostradamus per la composizione delle frasi in latino; la creazione del mondo secondo il Sepher Yetzirah è riproposta “letteralmente” nelle Centurie.
Sul piano pratico, invece, la Cabala applicabile è quella della Gematriah (interscambio tra numeri e lettere), della Temurah (permutazioni di lettere), del Notarikon (arte degli acrostici).
Ho dato in passato numerose dimostrazioni dell’applicazione di queste tecniche da parte di Nostradamus e non mi ripeto qui. Per qualche sporadico esempio, si può anche visionare il breve filmato in cima a questo blog.

Devo dire che Nostradamus non ha inventato nulla di originale, dal momento che quelle da lui adottate erano tecniche diffusissime ai suoi tempi. Tanto è vero che nel libro “The Codebreakers”, il più grande trattato oggi esistente sulla storia della crittografia, la Bibbia della materia, David Kahn scrive:

Tra le loro tecniche [dei Cabalisti] c’era la Gematria, che assegnava un valore numerico alle lettere della parole ebraiche. …omissis… Meno importante della Gematria erano il Notarikon, che riguardava le lettere delle parole come abbreviazione di intere frasi, e la Temurah, interscambio di lettere in base a varie regole. Queste pratiche funzionavano come materiale di base per la crittografia.[1]

Una cosa posso asserire, sulla base della mia conoscenza del codice Nostradamus: se non si conosce la Cabala, anche conoscendo la crittografia, non c’è modo di interpretare la sua opera. Si illude chi pensa di poter agire diversamente.
In pratica è lo stesso Nostradamus a dirlo, con il giochetto che ha messo in piedi nell’epitaffio, nascosto nella data di nascita, il posto più appropriato per questa indicazione. Infatti, egli ha fatto in modo di specificare che la Cabala sta alla base delle Centurie, così come la data di nascita sta all’origine della vita. Alla prossima!



[1] Quando parlai per la prima volta della Cabala di Nostradamus, non avevo ancora letto il libro di Kahn. Era stato solo sulla base della corretta interpretazione di alcune quartine che avevo scoperto la natura delle tecniche da lui utilizzate.

sabato 16 gennaio 2016

Nascita di Nostradamus

Condizione essenziale per sostenere che l’epitaffio del quale ci stiamo occupando contenga delle indicazioni occulte (nel senso di nascoste, non come espressione di occultismo) è che esso sia stato composto dallo stesso Nostradamus, che ha simulato la data di morte.
Per dimostrarlo, ho cercato di dare un significato a quelli che appaiono palesemente come degli enigmi steganografici, riservandomi di dare una soluzione anche al significato della data della presunta morte.

Ricordo ancora una volta che due edizioni postume delle Centurie contengono alcune particolarità, descritte in dettaglio nei miei libri e succintamente in questo blog, che solo la supervisione diretta di Nostradamus poteva rendere possibili (Migliaio completato da tre Centurie, enigma di Dog e Dohan, cronologia astrologica, minuziosa distinzione tra caratteri in corsivo e caratteri normali, ecc.). La sopravvivenza del nostro amico non è dunque in discussione ed è su questo presupposto che l’epitaffio va studiato: non come dimostrazione di ciò che è già emerso oltre ogni dubbio dall’esame delle Centurie considerate postume ma, al massimo, come ulteriore elemento di prova, utile ma non necessario. Partendo da questo presupposto ci interessa di più, invece, scoprire se esso contiene del codice e se, in particolare, la falsa data di morte racchiude un preciso messaggio.

La tradizione vuole che Nostradamus sia nato il 14 o il 21 dicembre 1503 e sia morto il 2 luglio 1566. Da dove deriva quell’incertezza di sette giorni sulla data di nascita, visto che non esistono risultanze anagrafiche?
Semplicemente dal fatto che la data di nascita viene ricavata indirettamente, con un semplice calcolo a ritroso, partendo dalla data di morte indicata sull’epitaffio che stiamo studiando.
Infatti, lo stesso epitaffio afferma che Nostradamus è vissuto 62 anni, 6 mesi e 17 giorni, permettendo di fissare la data di nascita al 14 dicembre 1503.


E’ vissuto 62 anni, 6 mesi, 17 giorni; è morto a Salon il 2 luglio 1566.

Stranamente, nel libro “L’histoire e chronique de Provence”, il figlio Cesare Nostredame sostiene invece che il padre è vissuto 62 anni, 6 mesi e 10 giorni, con ciò fissando indirettamente la data di nascita al 21 dicembre 1503.

C’è dunque, nel conteggio di durata della vita, una discordanza di 7 giorni, sulla quale potrei pure convenire che si possano fare diverse valide ipotesi, se non fossi prevenuto sull’esistenza di un “trucco”. Infatti, poco convinto dell’involontarietà dell’errore e sapendo che ogni apparente incongruenza in ciò che Nostradamus ci ha lasciato cela immancabilmente un codice crittografico o steganografico, credo possa risultare proficuo cercare lo scopo di questa discordanza. Se riesco a trovarlo, allora avremo la conferma che la data di morte non solo è falsa, cosa che già sappiamo, ma che è stata studiata a tavolino con particolare attenzione, in quanto non esiste codice che si forma per caso, soprattutto quando il messaggio nascosto è coerente col contesto.

sabato 9 gennaio 2016

La morte di Nostradamus

Abbiamo fin qui tentato di dare un significato ad alcune stranezze dell’epitaffio che appare nell’edizione Pierre Rigaud del 1566 delle centurie, la prima delle due edizioni postume (l’altra è del 1568) che presentano dei minuscoli dettagli non attribuibili alla iniziativa del tipografo.

La tesi da me sostenuta è che questi dettagli testimonino la personale supervisione di Nostradamus, evidentemente sopravvissuto alla data ufficialmente nota come quella della sua morte.
Pensiamoci un attimo: sarebbe stato folle ed estremamente stupido permettere che gli elementi di decifrazione di un’opera grandiosa come le Centurie, celati sotto dettagli insignificanti, potessero essere compromessi dalle disattenzioni del tipografo che, per quanto diligente, non poteva essere in grado di rispettare alcune sottili particolarità il cui valore gli era ignoto. Insomma, vi immaginate un uomo come Nostradamus che, dopo aver lavorato per decenni a un’opera minuziosa, affida al caso la stampa di una “a” in corsivo, o di un maiscuolo anziché un minuscolo, o di un carattere di un tipo anziché di un altro?
Non dimentichiamo, tra l’altro, che Nostradamus scriveva con penna d’oca e non aveva modo di evidenziare con chiarezza le centinaia di differenziazioni grafiche di cui aveva bisogno. E’ un aspetto fondamentale, che può sfuggire a noi, abituati all’utilizzo del computer.
Poiché tutte le particolarità delle quali stiamo parlando hanno un senso non più ignoto e considerato che un qualsiasi errore avrebbe potuto compromettere tutto, se ne deduce che non può essere presa minimamente in considerazione qualsiasi ipotesi che escluda la supervisione diretta di Nostradamus.

La conseguente deduzione è che Nostradamus non sia morto il 2 luglio 1566, ma abbia semplicemente preparato la sua scomparsa dalla scena, perché aveva più di un motivo per farlo. Dal libro “L’ultima chiave” sappiamo che era un infiltrato dei Guisa-Lorena a corte, ove il clima si era parecchio surriscaldato quando, dopo la morte del re, Caterina de’ Medici aveva preso in mano la situazione e gli intrighi della “spy story” stavano gradualmente venendo alla luce: Diane de Poitiers avvelenata; Francesco I di Guisa assassinato; Gabriel de Montgomery in fuga; Nostradamus, in grave pericolo, deve sparire. Non gli viene difficile: accreditato come profeta, finge di conoscere con esattezza il giorno della sua morte e redige testamento davanti al notaio quindici giorni prima della data prevista, aggiungendo poi un codicillo solo due giorni prima. Se lui predice che sta per morire, i suoi contemporanei (e anche i creduloni di oggi) non hanno motivo di dubitare. Chissà chi avranno seppellito!

Egli non era nuovo alle sparizioni improvvise, avendolo fatto già molti anni prima, quando si era dileguato nel nulla nonostante avesse già messo su famiglia ad Agen. In quell’occasione era andato a prepararsi al compito che l’attendeva anche se la leggenda, non sapendo come spiegare quella scomparsa, narra che aveva vagato per l’Europa guarendo i malati di peste.

La data di morte dell’epitaffio avalla proprio la tesi di una morte concepita a tavolino in quanto racchiude, con le sue cifre, l’indicazione del metodo principale di interpretazione delle Centurie. Un enigma dunque che, come già visto per altri enigmi, duplica i contenuti dell’epistola a Enrico II, sintetizzandoli e miniaturizzandoli in maniera magistrale.

sabato 2 gennaio 2016

I XIIIJ congiurati


Ricordo ancora una volta i presupposti sui quali ci stiamo muovendo. L’epitaffio sembra essere una sorta di miniaturizzazione dell’epistola a Enrico II, della quale riproduce alcuni enigmi, le cui soluzioni sono indicazioni, destinate al decrittatore, per la ricostruzione della chiave di lettura delle Centurie.

Tra questi enigmi, abbiamo probabilmente individuato la duplicazione di quello che punta al destinatario delle Centurie (M3) e l’indicazione del numero delle nuove quartine (289) che assegnano un ruolo di primo piano all’edizione Du Rosne.
A beneficio di chi si fosse messo in ascolto adesso, ricordo che soltanto quella edizione (unitamente, per certi aspetti, alla Bonhomme) contiene “l’esatta” composizione delle frasi in latino dell’epistola a Cesare, senza le quali la ricostruzione dell’intera chiave verrebbe irrimediabilmente compromessa (per i crittografi: praticamente una chiave di Vernam… in anticipo di alcuni secoli).
Di quest’ultimo aspetto tratta l’enigma dell’ultima parte del brano in latino, quello racchiuso tra le due “I” speciali: “UGI. OPT. V. FELICIT.”.
Come già fatto con le “I” e con le “C” dei precedenti casi, anche adesso dobbiamo evidentemente fare qualche tipo di conteggio. Se proviamo a sommare le “I” otteniamo un 3 (“III”), che non ci dice nulla o, se preferite, ci dice tante di quelle cose da essere praticamente privo di ogni valore. Se ci soffermiamo su tutti i caratteri romani, abbiamo tre “I”, una “V” e una “L”. Ancora nulla.
Tuttavia, se ci pensiamo bene, siamo di fronte a una particolarità: la parola “felicité” manca della “é” finale; e questo “deve” avere uno scopo, non credete? Non può trattarsi di un’abbreviazione, perché non avrebbe senso abbreviare una parola per una sola lettera; il punto finale ha solo ingannevolmente lo scopo di far credere che esso abbia la stessa funzione abbreviativa che assume dopo “opt” e dopo “v”, ma non possiamo tralasciare il fatto che c’è un punto anche dopo “coniugi”, non certo a scopo abbreviativo.
Sembra che Nostradamus dica: ho messo i punti per ingannarti, facendoti contemporaneamente capire che non intendevo affatto abbreviare la parola “felicité”, così come non volevo abbreviare “coniugi”; volevo invece farti capire che la “é” finale sarebbe stata eccessiva. Con questo, volevo indurti a contare le lettere comprese tra le “I”.
Contiamole, dunque: sono 14. E, visto che stiamo parlando di delimitatori costituiti da “I”, ci domandiamo se c’è un nesso con l’altra espressione compresa pure tra le “I”, quella nell’ambito della quale abbiamo rintracciato il “IIII”. Perché, altrimenti, ci sarebbero due brani delimitati dalle “I”?
Le lettere del primo breve brano sono 13. Quelle del secondo sono 14! Ci ricordano qualcosa?
Ma certo! Ci ricordano la quartina I,7 nella quale si parla di “lettere” e di XIII congiurati che diventano XIIIJ, con l’aggiunta di un nuovo elemento un po’ diverso dai precedenti. Vi mostro la quartina, ma non ve la spiego, perché la spiegazione è lunga e  l’ho già data in passato; tra l’altro, ci porterebbe assai lontano dal tema dell’epitaffio. Chi è interessato può andare a questo link. 





martedì 22 dicembre 2015

Sot pécheur - aggiornamento





Riflettendo meglio sullo schema di ieri (anche se mi ero riproposto di non pensarci più), mi appare infondata l’ipotesi che manchi una lettera in ciascuna riga esterna. Meglio così perché, altrimenti, tutto lo schema ne risulterebbe sconvolto.
La prima riga può essere adesso completata. L’ultima parola è un altro “treize” (tredici), mentre la seconda “dovrebbe” essere un “dix” (dieci) o un “six” (sei).

Non ho la più pallida idea di come debbano essere lette o ricombinate le parole della cornice esterna, comprese a questo punto anche le colonne oltre alle righe; tuttavia mi viene il sospetto che, una volta ricomposte nel loro giusto ordine, esse possano fornire indicazioni sul modo di estrarre un messaggio dalla parte interna della cornice; sempre che, come detto ieri, essa costituisca un’applicazione di steganografia. Il sistema, in sé, non sarebbe né nuovo e né complicato.

Il muro del mistero che circonda questo documento è stato finalmente infranto; da qui in avanti la strada dovrebbe essere in discesa. Resta sempre, ovviamente, il problema di capire se si tratta di un’invenzione di de Sède o di un messaggio autentico di Saunière.

lunedì 21 dicembre 2015

Rennes le Chateau e il Sot Pécheur

Un amico appassionato dei misteri di Rennes le Chateau, tempo addietro, mi ha sottoposto un crittogramma noto come “Sot pécheur”, chiedendomi se era possibile decifrarlo, visto che nessuno ci era mai riuscito. A quanto ne sapeva, mi disse, era opinione diffusa che si trattasse di un’applicazione del cifrario di Vigenère.

Da una breve ricerca appresi che il documento appariva nel libro “L’Or de Rennes” di Gérard de Sède, il quale sosteneva di averlo trovato tra i documenti dell’abate Saunière. Poiché considero de Sède scarsamente affidabile ed essendo, inoltre, poco interessato all’argomento di Rennes le Chateau, mi sono sentito costretto a respingere la richiesta. Decifrare un documento è una cosa che richiede di norma tempi lunghi (senza alcuna garanzia di riuscita) e passione per quel che si fa. Dunque, mancavano i presupposti per un mio impegno.

Oggi mi è capitato nuovamente tra le mani, per caso, quel crittogramma e così, per curiosità, gli ho dato uno sguardo.
Purtroppo ho perso i contatti con la persona che me lo aveva sottoposto; spero che legga. Vorrei dirgli quanto segue, in totale contrasto con quello che leggo nei vari siti Internet, nei quali non ho trovato nessun “interprete” che mostri di conoscere, neanche lontanamente, le basi elementari della crittografia. Ma questo sembra un dettaglio di scarsa importanza; l’importante, come sempre, è far credere agli altri che si sa quel che si dice.
Ecco comunque la mia opinione:

1 - Vigenère non c’entra per nulla. Chi glielo ha detto gli ha detto una grossa sciocchezza. Il cifrario di Vigenère è stato considerato per alcuni secoli del tutto indecifrabile ma, oggi come oggi, non ha più alcun segreto. Tra l'altro, mi piacerebbe sapere come si fa a ricondurre al cifrario di Vigenère un testo che non si riesce a decifrare. Mistero!
2 - Dalla riga 2 alla riga 10 del crittogramma non c’è alcun codice cifrato. Garantito! Inutile cercare quello che non c’è. Al massimo, ammesso che ci sia qualcosa, bisogna approfondire con le tecniche della steganografia: una lettera o una sillaba di qua e una di là, secondo un criterio da scoprire, per mettere in luce l’eventuale messaggio nascosto. Inutile tentare, come ho visto fare in rete, di risolvere inesistenti indovinelli. Personalmente, e fino a prova contraria, sono comunque del parere che si tratti di un diversivo acchiappapolli.
3 - Un messaggio, invece, si trova veramente nella prima e nell’ultima riga. Che ci sia un  messaggio non significa, ovviamente, che quel che c’è scritto sia vero ed effettivamente riconducibile a Saunière.

Con riferimento al punto 3, la tecnica da me utilizzata per la decifrazione è semplicissima, ma comprensibile solo dagli addetti ai lavori, che la capiranno al volo, senza bisogno di spiegazioni. Infatti, con la parziale soluzione che sono riuscito a portare alla luce al “primo tentativo” (a dimostrazione che si tratta di un codice elementare), qualunque crittografo (vero) che sia interessato, sarà in grado di completare il crittogramma con un po’ di applicazione più approfondita della mia.


Il riquadro interno è stato disegnato da me, per separare la parte cittografata esterna dalla parte interna, che non lo è.
Io, come ho detto, mi sono applicato solo alle due righe esterne. Non so dire se anche le colonne esterne contengano un codice. Probabilmente, sì.
E' possibile che tra la “M” e la “Z” della prima riga manchi una lettera. Se è così, e visto che la prima e l’ultima riga sono simmetriche, dovrebbe mancare una lettera anche da qualche parte nell’ultima riga. Ma la correttezza di questa ipotesi allargherebbe la cornice e sconvolgerebbe lo schema. Tenuto presente che posso sbagliarmi, lascio lo spunto di riflessione allo stesso ipotetico crittagrafo di cui sopra, che abbia voglia di andare più a fondo.

Allego l’immagine di un foglio excel con la prima e l’ultima riga parzialmente decifrate. Vi si leggono le parole “treize” (tredici), “lettres” (lettere), “assis” (seduto), “trois” (tre).

Buona fortuna a chiunque abbia intenzione di completare il lavoro.





  

giovedì 17 dicembre 2015

L'enigma delle due "C"

In uno dei precedenti post ho promesso che avrei svelato uno dei misteri che, nell’epitaffio, Nostradamus propone ai solutori del rebus delle Centurie. Potrei farlo subito, naturalmente, ma temo che la reazione possa essere di scetticismo. La gente, di solito, non sa assolutamente nulla di steganografia e crittografia, soprattutto di quella dei secoli passati. Pensando che si tratti di giochetti più o meno ingenui, non è normalmente in grado di apprezzare l’ingegnosità di certi enigmi.

Proprio per questo motivo, per dimostrare che l’epitaffio è un vero e proprio testo criptico, stiamo cercando di portare alla luce le sue anomalie e, nei limiti del possibile, di capire la loro funzione. Abbiamo anzitutto provato a capire il significato del brano racchiuso tra le due “I” speciali (“Iudicio” e “cuIus”). Adesso proviamo a scoprire quello del brano racchiuso tra le due “C” grandi (Clarissimi e Conscriberentur).



In via preliminare, c’è una questione da chiarire; anzi, da ricordare, avendone parlato molte volte. In tutto ciò che Nostradamus scrive, ogni brano ha il suo mistero, slegato da quelli degli altri brani. E’ una situazione apparentemente strana, che trova però la sua conferma in una collaudata struttura, fondata su quei due fondamentali princìpi che, come ben noto, sono alla base di tutte le mie ricerche e scoperte:

I pezzi del disegno finale sono frammentati, apparentemente in disordine, in tutte le opere di Nostradamus; li ho spesso paragonati ai tasselli di un mosaico, mescolati alla rinfusa. Gli enigmi si ripetono tutti, due o più volte, in forme e circostanze diverse.

Bene! La volta scorsa abbiamo cercato di capire il significato del brano racchiuso tra le due “I” speciali. Se abbiamo interpretato correttamente quel caso, allora una funzione analoga deve essere svolta anche dal brano racchiuso tra le due “C” grandi, tenendo conto che, nell’ipotesi che stiamo portando avanti, l’epitaffio è una specie di miniaturizzazione dell’epistola ad Enrico II, che sappiamo essere un “manuale delle istruzioni”.
Perché queste due “C”? Qual è la loro funzione? Sorvolo sulle varie riflessioni ed arrivo direttamente alle conclusioni. Come nel caso delle “I”, l’evidenziazione grafica delle “C” sembra essere un invito a contare i numeri romani compresi nel brano ma, badate bene, compresi anche tra le “C”, cioè inferiori a 100; le “C”, in sostanza, sono un limite. Le dimensioni potrebbero esse stesse avere un significato: non solo i numeri da prendere in considerazione sono quelli inferiori a cento, perché “all’interno” delle “C”, ma anche perché, graficamente, i loro caratteri sono di dimensioni minori rispetto alle stesse "C".
Sia come sia, abbiamo 5 “L”, 1 “X”, 2 “V”, e 19 “I” (le due “I” speciali vanno escluse, in quanto sono delle vere e proprie “I” e non dei numeri romani).

Sommando, si ottiene 289. Sarà un caso, se a qualcuno fa piacere così (e allora, perché quelle “C” così diverse?), ma ci troviamo di fronte al numero (proprio 289) delle quartine pubblicate nella seconda edizione (Du Rosne) delle Centurie, in aggiunta alle 353 originarie.
Non è un numero che sto tirando fuori adesso, perché mi fa comodo. E’ un numero importante che, come ben sanno i lettori di “Nostradamus: la Cabala, i Templari, il Graal”, viene fuori anche dalla frase enigmatica che si trova nel frontespizio dell’edizione Du Rosne delle Centurie. E’ un numero che, assieme ad altri, permette al decodificatore di individuare con certezza assoluta, in mezzo a tante contraffazioni, le fonti originali delle Centurie, nelle quali soltanto possono essere trovate le varie chiavi per la soluzione degli enigmi.

Per me la questione è chiara, perché sono ormai abituato a questi giochetti. Ma voi, forse, non siete convinti. Allora, spiegatemi perché la prima "u" di “unius” è una “v” (vnius), mentre la prima “v” di “eventus” è una “u” (euentus); e spiegatemi anche perché la "C" di "conscriberentur" sia messa in così tanta evidenza nel bel mezzo del discorso. Non sono forse questi degli espedienti per costringere il decrittatore a riflettere? Certo, si potrebbe pensare che sia stato il tipografo ad agire con leggerezza, tenuto anche conto, per quanto riguarda la "u" e la "v", che a quell'epoca alcuni caratteri erano intercambiabili; ed infatti, ad una leggerezza del tipografo è stata attribuito per quasi 500 anni anche quel famoso “3” che completa la “M”! Con quali risultati, lo sappiamo tutti.